La Pasqua

Pesach: la Pasqua ebraica

 

Nel mese di Nisan, il primo del calendario religioso ebraico (che nel nostro calendario cade tra marzo e aprile) gli ebrei celebrano una festa fondamentale: la Pasqua. La parola pasqua viene dall’ebraico Pesach che significa “passaggio”. Con questa parola si indica il passaggio dell’angelo di Dio che colpì i primogeniti d’Egitto ma che passò oltre le case degli ebrei. Questa fu l’ultima delle dieci piaghe che, secondo la tradizione biblica, colpirono l’Egitto. La Pasqua è però soprattutto, il passaggio dalla schiavitù alla libertà. In questa festa infatti, gli ebrei fanno memoria dell’evento più importante della loro storia, evento che, come abbiamo visto, è il momento della nascita del popolo di Israele: la liberazione dall’Egitto. L’importanza di questa festa è anche sottolineata dalla cura con la quale viene preparata. E’ infatti un elemento classico della cultura ebraica sottolineare il momento della preparazione in quanto tutta la vita dell’uomo, in fondo, è una preparazione. La storia prepara l’umanità alla venuta del Regno di Dio, al compiersi della “shalom” della pace che in sé sintetizza tutto ciò che può portare l’uomo alla felicità (solidarietà, giustizia, mancanza di conflitti etc.) che si realizzerà con la venuta del Messia. Anche la vita di ogni singola persona prepara alla vita eterna. Infine dobbiamo notare che nella vita di tutti i giorni, ogni scelta importante è caratterizzata da una lunga preparazione.

 

Accostiamoci allora a questa importante festa sottolineando almeno il momento fondamentale di questa preparazione: la ricerca e l’eliminazione del lievito vecchio.

Alcune settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a cercare, in ogni angolo della casa, qualsiasi residuo di lievito e lo ripone in una stanza della casa. Nella notte che precede la Pasqua, durante un rito estremamente suggestivo, nel quale i bambini hanno un ruolo molto importante, tutta la famiglia a lume di candela cerca il lievito per poterlo eliminare. La mattina il lievito trovato viene bruciato ed intorno al fuoco tutta la famiglia danza unita.

Ma qual è il significato di questo rito così particolare?

Incominciamo a chiederci a che cosa serve il lievito. Come ben sai un poco di lievito è capace di far fermentare un intero impasto, ad esempio di pane. Ecco allora che il rito incomincia ad apparire più chiaro: il lievito vecchio è il simbolo del male, del peccato che è capace di rovinare l’intero impasto, simbolo della vita. La ricerca del lievito a lume di candela rappresenta simbolicamente la ricerca attenta, all’interno della propria vita, di tutto ciò che è male, di tutto ciò che può rovinarla. Anche la candela ha un valore simbolico: è la luce della Torah, la luce della Parola di Dio capace di rivelare all’uomo tutto ciò che di malvagio è presente nella sua vita. La preparazione di Pasqua indica allora il desiderio di liberare la propria vita del male che si nasconde in essa.

Siamo quindi pronti, a questo punto, a cogliere il valore profondo che ancora oggi ha per gli ebrei la celebrazione della Pasqua, tremiladuecento anni dopo gli avvenimenti della liberazione narrata dalla bibbia.

In questa festa gli ebrei fanno memoria della liberazione dall’Egitto, ossia non solo la ricordano come un fatto avvenuto nel passato, ma la rivivono sentendosi loro stessi protagonisti di quella liberazione, non più dalla schiavitù in Egitto, ma dalla schiavitù del male.

Il memoriale della Pasqua dura una settimana ed incomincia con il suo rito centrale, la cena in famiglia, definita dagli ebrei sedèr che significa “ordine”.

Questa è una cena del tutto particolare che segue un rituale estremamente preciso (da qui la definizione di sedèr) ed è accompagnata dalla lettura della Haggadah shel Pesach ossia della “narrazione della Pasqua”. In questa cena i cibi presenti hanno ciascuno un significato ben preciso e servono ad accompagnare il racconto della liberazione, con azioni precise, con gesti concreti, perché la vita dell’uomo è innanzitutto segnata dalla sue azioni, prima ancora che dalle idee.

Davanti al capo famiglia è posto il piatto del sedèr con i cibi rituali, come un grande mistero che deve essere svelato.

I cibi presenti sul piatto sono: una zampa di agnello, il pane azzimo (matzah), le erbe amare, il charosèt, un uovo sodo, aceto o acqua salata o succo di limone, un calice di vino.

Davanti a ciascun commensale sono posti un testo dell’haggadah di Pasqua ed un calice.

Analizziamo ora questi cibi per coglierne il loro significato simbolico.

Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco”.

Oggi, durante il sedèr, non si consuma più l’agnello intero, ma si pone sul piatto solo una zampa poco carnosa, proprio per ricordare la distruzione del tempio e l’impossibilità di compire quel sacrificio.

La zampa di agnello: è il ricordo del sacrificio pasquale, l’immolazione dell’agnello nel tempio di Gerusalemme. Prima della distruzione del tempio (70 d.C. ad opera dei Romani) in occasione di Pesach, centinaia di migliaia di ebrei si recavano a Gerusalemme per poter celebrare la festa. Durante il pomeriggio della vigilia avveniva nel tempio il sacrificio dell’agnello.

Ogni famiglia aveva preparato con cura un agnello e se la famiglia era piccola si univa ad un’altra poiché, nella notte di Pasqua, tutta la carne dell’agnello doveva essere mangiata, come si legge nel libro dell’Esodo (12,8-10): “In quella notte mangeranno la carne dell’agnello arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere.

Il pane azzimo: è questo oggi il cibo più importante del sedèr pasquale ed unisce in sé diversi significati. Come prima cosa è il pane dell’afflizione, dell’umiliazione, della povertà patita durante la schiavitù in Egitto dove non si poteva avere un pane migliore.

E’ però anche il segno della libertà perché indica la velocità con la quale gli ebrei, nella notte della liberazione, lasciarono l’Egitto senza avere il tempo di far lievitare il pane.

Infine la matzah, proprio per la sua totale assenza di lievito (ricorda cosa abbiamo detto a proposito del lievito durante i riti di preparazione alla Pasqua) diventa il simbolo della vita umile pronta a lasciarsi fermentare dalla Parola di Dio, per diventare così buon pane.

Sul piatto del sedèr vi sono tre pani azzimi. Il capo famiglia prende quella posta al centro e la spezza ponendone un pezzo sotto la tovaglia davanti a sé che sarà mangiato alla fine del pasto. Questo pezzetto di pane azzimo è definito afikomen e simboleggia l’agnello pasquale che, nei tempi antichi, veniva mangiato alla fine del sedèr. E’ ormai antica tradizione che il capo famiglia nasconda sulla tavola l’afikomen per far sì che i bambini lo cerchino e possano “rubarlo”.

Le erbe amare: rappresentano l’amarezza della schiavitù patita dagli ebrei in Egitto.

 

Il charosèt: è un dolce di colore scuro che rappresenta simbolicamente la malta usata dagli ebrei per fare i mattoni. Anche questo cibo è strettamente legato alla memoria della schiavitù.

 

Il vino: questa bevanda ha un ruolo molto importante nella cena e rappresenta la gioia legata alla liberazione operata da Dio. Una coppa è posta al centro del piatto del sedèr e non viene bevuta perché è considerata la coppa del profeta Elia. Rappresenta l’attesa del Messia che compirà il regno di Dio.

Anche di fronte a ciascun commensale è posta una coppa che viene riempita per quattro volte. Queste quattro coppe rappresentano simbolicamente le quattro azioni di liberazione operate da Dio narrate nel libro dell’Esodo: “Io vi farò uscire (dall’Egitto); Io vi libererò dai pesanti fardelli; Io vi salverò; Io vi sceglierò come popolo”. Le quattro coppe sono bevute poggiandosi sul fianco sinistro, il modo in cui bevevano anticamente gli uomini liberi.

 

 

Il sedano: sono i frutti della terra donati da Dio

 

L’acqua salata o l’aceto o il limone: rappresentano le lacrime delle madri degli ebrei schiavi in Egitto.

 

L’uovo sodo: è segno di lutto per la distruzione del tempio di Gerusalemme. L’uovo sodo è infatti dato al termine di un rito funebre per esprimere la speranza della vita che non finisce con la morte.

Prima di concludere questa lunga parte dedicata alla Pasqua, ci soffermiamo su alcuni momenti del sèder.

 

Il primo atto che apre la grande cena di memoria della liberazione è quello di versare del vino nella prima coppa. Come abbiamo visto il vino è il segno dell’azione di liberazione operata da Dio e questo primo gesto invita i partecipanti ad entrare in questo spirito di gratitudine nei confronti di JHWH. Prima di bere il vino si pronuncia una benedizione che termina con queste parole: “benedetto tu, Signore, Dio nostro, re del mondo che ci hai concesso vita, ci hai mantenuto e fatto giungere fino a questo giorno”. La prima coppa viene bevuta poggiandosi sul gomito sinistro, la posizione dell’uomo libero. Si comprende già, da queste parole e da questo gesto, che coloro che celebrano questa festa si sentono loro stessi protagonisti di ciò che stanno celebrando.

 

Il secondo momento consiste nel lavaggio delle mani. I presenti si lavano le mani vicendevolmente: ognuno è un uomo libero che viene servito.

Il terzo momento consiste nell’intingere un pezzo di sedano in acqua salata (o in aceto o limone). In ebraico sedano si dice karpàs. Mentre si intinge il sedano si pronuncia questa benedizione:

“Benedetto tu, Signore Dio nostro, re del mondo, Creatore del frutto della terra”.

Ma perché all’inizio del séder si mangia del sedano?

“Come il sedano cresce sotto terra, ma i suoi frutti spuntano fuori dal terreno, così non si deve mai essere soddisfatti del proprio livello spirituale; al contrario occorre cercare di elevarsi continuamente, senza disperare perché alla fine la Redenzione arriverà per tutti: la stessa Redenzione di cui si parlerà tanto durante il séder stesso.

E cosa significa karpàs? C’è chi interpreta il significato della parola ebraica kàrpas dividendola in due parti: una, anagrammabile con la parola pérech, duro lavoro e l’altra, costituita dalla sola lettera sàmech (l’ultima lettera di kàrpas), il cui valore numerico è sessanta; ciò a simboleggiare i 600.000 ebrei ridotti in schiavitù in Egitto”

(Haggadàt Morashà, Milano 1995, pp. 7-8)

 

Un altro momento importante all’inizio del séder è costituito da quattro domande, poste dai bambini più piccoli, nelle quali si chiede il motivo di una serata e di una cena così particolari.

“Che cosa c’è di diverso questa sera da tutte le altre sere, perché tutte le altre sere non intingiamo la verdura nemmeno una volta mentre questa sera la intingiamo due volte? Perché tutte le altre sere mangiamo indifferentemente chamétz e matzà mentre questa sera mangiamo solo matzà? Perché tutte le altre sere mangiamo qualsiasi verdura, mentre questa sera mangiamo erba amara? Perché tutte le altre sere mangiamo seduti regolarmente o adagiati, mentre questa sera siamo tutti adagiati?

Perché vengono poste queste quattro domande proprio all’inizio del séder?

Secondo la spiegazione più semplice, le quattro domande sono poste all’inizio per permettere ai bambini più piccoli, generalmente ancora svegli, di parteciparvi. Secondo altri commentatori la collocazione iniziale delle domande è dovuta al fatto che esse sono delle premesse al séder, poiché se non venissero formulate non ci sarebbe nemmeno l’obbligo di raccontare la Haggadà. Infatti solo colui che è capace di formulare chiaramente delle domande è in grado di apprezzare le molteplici risposte che l’Haggadà contiene” (op. cit. p. 13)

E’ a questo punto che ha inizio la lunga narrazione della Pasqua, incominciando da queste splendide parole: “Noi fummo schiavi in Egitto e di là ci fece uscire il Signore, Dio nostro, con mano forte e braccio disteso, perché se il Santo, Benedetto egli sia, non avesse fatto uscire i nostri padri dall’Egitto, noi, i nostri figli ed i figli dei nostri figli, saremmo soggetti al Faraone in Egitto”.

Possiamo così concludere questo nostro percorso con alcune osservazioni finali.

La pasqua ebraica è la memoria della liberazione dalla schiavitù egiziana, una festa che offre agli ebrei, ma in fondo ad ogni essere umano, una speranza: JHWH cerca l’uomo proprio dove è schiavo, nelle esperienze nelle quali la sua libertà e la sua dignità sono messe in pericolo, per donargli la possibilità di una vita buona, nella pace e nell’amore.